Elisa Longo Borghini e Jacopo Mosca

OLTRE LE NOSTRE STORIE

Elisa Longo Borghini e Jacopo Mosca sanno che il ciclismo non finirà con le loro storie, così, lei a Ornavasso, lui a Osasco, si impegnano e consegnano quel che hanno imparato della bicicletta a tante e tanti giovani. E le ragazze adolescenti ed i bambini più piccoli li fissano a bocca aperta e cercano di imparare “dai professionisti”, che hanno biciclette che paiono adatte per andare nello spazio senza un’astronave e divise colorate come caramelle ai mille gusti, ma alla fine restano solamente una ragazza di trentaquattro anni e un ragazzo di trentatrè che per mestiere corrono in bici. Lei ha vinto più di sessanta corse: due Giri d’Italia, due Ronde van Vlaanderen, una Parigi Roubaix, due Trofei Alfredo Binda, in mezzo a tutto il resto. Però si è appassionata alla scrittura e usa carta e penna quando lascia la bicicletta in garage perché dice che, altrimenti, la vita di un ciclista contiene solo il pedalare e poco più, ma il tempo passa ed è necessario riempirla di molto altro perché, diversamente, ci si ritrova vuoti o svuotati. Non solo: intaglia il legno e prepara qualche oggetto per casa. Un tagliere magari. 

Lui, nel ciclismo, ha trovato un’altra missione: mettersi al servizio della squadra ed aiutare gli altri. Sta per ore in testa al gruppo e tira, tira, tira. Una volta le telecamere non l’avrebbero ripreso e pochi saprebbero. Oggi tutti sanno, ma nulla cambia perché il valore di uomini come Mosca, dal gruppo e dalla gente, in fondo, è sempre stato riconosciuto. La fatica è nuda e cruda. Non serve spiegare. Lui dice di aver imparato da papà Valter e da mamma Claudia l’importanza del rispetto degli impegni, della parola data. Del lavoro, anche quando non si sta bene. Negli ordini d’arrivo è in fondo alla classifica e, con il solito umorismo, ci scherza: «In televisione non mi vedrete molto». Però, quando, l’anno scorso, è arrivata la notizia del rinnovo contrattuale per altri due anni con Lidl-Trek, tutti i compagni hanno avuto almeno una parola per ringraziarlo.

La mamma di Elisa è Guidina, il papà Ferdinando. Lei è stata atleta, lo è ancora perché atleti si resta, ed a Ornavasso si ricordano di quando correva per la città, per allenarsi, sui percorsi inventati del marito, salendo e scendendo anche le scale delle chiese, pur di faticare. Molti anni fa erano straniti da quella ragazza venuta da Asiago che faceva sport da sola. Poi tante altre ragazze e tante altre donne che guardavano dalle finestre hanno trovato il coraggio di chiederle di unirsi a lei per qualche chilometro, così, per le vie della città che abbraccia le montagne, non c’era più la sola Guidina ma un gruppo di donne che si allenavano. In famiglia è “Il generale”. Ferdinando ha fatto una vita nello sci, viaggiando per il mondo, oggi va poco alle gare perché «nella stalla c’è la mucca e gli animali non possono aspettare l’arrivo delle corse». Parla poco, ma quando parla Ferdinando bisogna stare a sentire: c’è una saggezza vera, di fatti e concretezza. Elisa dice somigli tanto a suo fratello Paolo, ex corridore.

Jacopo racconta del “gruppetto”, della “rete”, di tutto quel che avviene nelle retrovie nelle tappe di montagna, mentre davanti gli uomini di classifica vivono l’epica dello scontro. Si calcola il tempo limite, si tiene duro, si pensa a portare la bicicletta al traguardo e si viene incitati in ogni modo dalla gente sulla strada. Qualcuno, quando lui ed Elisa corrono lo stesso giorno, lo informa del risultato della moglie e, se tutto è andato bene, il suo solito sorriso diventa ancora più pronunciato. Il suo lavoro non finisce lì, perché i gregari più fidati restano tali anche dopo la corsa, nelle camere d’albergo, quando i capitani sono delusi, arrabbiati, rattristati, pieni di dubbi o perplessità. Qualche volta parla, altre ascolta solo. Elisa, conoscendo così bene Jacopo, ha conosciuto ancor meglio il ruolo di chi nel ciclismo aiuta. Così, quando ha vinto il Giro, l’anno scorso, l’ha dedicato alle sue compagne e, quest’anno, quando ha vinto la tappa di Saluzzo, l’ha dedicata ad Alena Amialiusik, sua gregaria all’ultimo anno in sella, che l’ha sempre aiutata e che le mancherà. Le cambia la voce a pensarci. Come gli occhi di Jacopo diventano lucidi quando riflette su tutti i volontari che aiutano ad organizzare le gare giovanili ed invita ogni collega a non scordarsi del tempo in cui anche loro erano giovanissimi e sognavano di fare i ciclisti: bisognerebbe agire di conseguenza. Jacopo guarda le ragazzine ed i ragazzini, poi guarda Elisa: «Dovremmo portare delle borracce per tutti loro. Magari anche qualche divisa, no?». Elisa fa cenno di sì con la testa. Torneranno così. A Cuneo o altrove.